48. La sconfitta di Bonifacio ottavo davanti agli stati emergenti.

   Da: H. Pirenne, Storia d'Europa dalle invasioni al sedicesimo
secolo, Sansoni, Firenze, 1956

 Con Bonifacio ottavo le secolari pretese teocratiche ed
egemoniche del papato sulle pi potenti nazioni europee ebbero
termine. Come rileva lo storico Henri Pirenne, Francia ed
Inghilterra, in una ritrovata e rivoluzionaria unit nazionale -
monarchia, parlamenti e corpo ecclesiastico -, respinsero con
tutti i mezzi gli antichi privilegi politici e finanziari del papa
e ne decretarono un definitivo ridimensionamento.


   Il 17 dicembre 1294 [i cardinali] eleggevano, al posto del
povero vegliardo [Celestino quinto], un nobile romano, Benedetto
Caetani, che prese il nome di Bonifacio ottavo.
   Con lui appariva sul trono di san Pietro l'ultimo papa della
stirpe di Innocenzo terzo e di Innocenzo quarto. Il suo fine
evidente  stato quello di rendere alla Santa Sede lo splendore,
il prestigio, l'autorit morale ed il magistero politico
universale di cui essa aveva sempre goduto in quei tempi. La pompa
di cui si circonda nelle cerimonie pubbliche, le due lance che fa
portare davanti a s [simbolo dei due poteri, lo spirituale e il
temporale], la corona di cui orna la tiara pontificia sono
altrettanti modi di affermare il primato del successore di san
Pietro nella Chiesa, e di ricordare che il potere temporale gli 
subordinato. [...] Non c'era in ci nulla di nuovo, niente che non
fosse stato di gi indicato da Nicola primo [papa dall'858
all'867] e da Gregorio settimo, nettamente formulato da Innocenzo
terzo e dimostrato logicamente dagli scolastici [filosofi e
intellettuali cristiani usciti dalle scuole vescovili]. Le
famose bolle indirizzate a Filippo il Bello non contengono altro
che la dottrina ammessa da tutti i teologi sui rapporti dei due
poteri. Bonifacio non ha fatto che raccogliere e ripetere i
principi dei suoi grandi predecessori, senza nulla aggiungervi.
   Donde viene quindi la tempesta che essi hanno sollevato e la
catastrofe alla quale l'hanno condotto? Proprio dalla loro
immutabilit. Essi non si accordano pi con la realt politica; i
tempi sono mutati, e ci che il papa, conformemente alla
tradizione, promulga come la verit stessa, solleva l'opposizione
delle nazioni pi progredite d'Europa, ed i re e i popoli sono
d'accordo nel vedervi un'offesa insopportabile ai loro diritti ed
ai loro interessi pi legittimi.
   Si ponga bene attenzione a ci, infatti: non  soltanto con la
Francia che Bonifacio ottavo si  trovato in urto. Edoardo primo
[re d'Inghilterra dal 1272 al 1307] non si  mostrato nei suoi
riguardi pi dolce di Filippo il Bello, ed il Parlamento inglese
non ha respinto meno energicamente le sue pretese di quanto non
abbiano fatto gli Stati Generali di Parigi. Se gli avvenimenti
hanno dato al conflitto con la Francia l'aspetto di una rottura,
non  meno vero che la politica pontificia ha sollevato nello
stesso tempo contro di s, e per gli stessi motivi, la resistenza
dei due paesi che, dalla fine del tredicesimo secolo, possiedono
una vera costituzione di Stato.
   Sino ad allora il papa non aveva avuto da combattere che un
solo nemico: l'Impero, o piuttosto l'imperatore, e la questione
dibattuta tra loro, occorre ripeterlo, non si chiudeva entro i
limiti di una nazione; essa abbracciava tutta la Cristianit.
[...].
   Quale differenza [fra l'imperatore Federico secondo] ed i re
d'Inghilterra e di Francia. In Inghilterra, dopo Giovanni
Senzaterra, le libert consacrate dalla Magna Charta si sono
affermate. Sotto il lungo regno di Enrico quarto (1216-1272) i
baroni e la borghesia, guidati da Simone di Montfort, hanno
imposto alla corona il controllo di un consiglio di Stato.
Rappresentanti delle citt compaiono accanto a quelli della
nobilt nell'Assemblea nazionale che i re si impegnano di
convocare tre volte all'anno e che prende ufficialmente, per la
prima volta nel 1258, quel nome di Parlamento che, nella storia
dell'Europa moderna, doveva essere chiamato a destini cos
gloriosi. Le sue prerogative si precisano sotto Edoardo primo, ed
il suo diritto essenziale, punto di partenza della prima delle
costituzioni libere dell'universo, quello del consenso
all'imposta,  formalmente riconosciuto nel 1297. Ormai la nazione
ed il sovrano sono associati nel governo del paese. Se si
precisano dei limiti al potere personale dei principi, se egli 
l'unico in Europa, tra quelli del suo rango, a dover rinunciare
alle guerre di pura ambizione dinastica per consacrarsi unicamente
alle imprese sostenute ed approvate dal suo popolo, quale forza al
contrario gli  derivata da questa adesione! Dalla fine del
tredicesimo secolo la politica inglese  veramente, nella piena
accezione della parola, una politica nazionale. Essa lo 
all'interno ed all'estero. Da ci il contrasto marcato che essa
presenter attraverso i secoli, con agitazioni e lotte intestine
all'interno, coincidenti all'esterno con una continuit di vedute,
una persistenza ed una tenacia nell'esecuzione, mai incontrate
altrove se non in questo paese, dove le imprese della corona sono
necessariamente quelle della nazione.
   Di questa grande forza, che d all'Inghilterra della fine del
Medioevo un carattere gi cos moderno, la Francia  priva. Essa
ne possiede un'altra, meno profonda, ma per il momento altrettanto
potente, nell'incomparabile prestigio del suo re. Poich ci che
essa  divenuta, lo deve unicamente alla monarchia. E' la
monarchia che l'ha affrancata dal particolarismo feudale, che l'ha
difesa contro il nemico esterno, che ha protetto le sue citt in
via di sviluppo, che gli ha dato le istituzioni finanziarie e
amministrative che proteggono il popolo dalla violenza e dalla
concussione [corruzione esercitata da pubblici ufficiali]. Contro
l'oppressione esercitata da una dinastia di potenza assoluta,
l'Inghilterra ha creato la garanzia del Parlamento; contro gli
abusi risultanti dalla supremazia feudale, la Francia ha trovato
la protezione del re. Cos il re vi gode la stessa popolarit di
cui nello Stato vicino gode il Parlamento. In entrambi i paesi il
sentimento nazionale si accorda con la costituzione politica e si
 sviluppato concorde ad essa. [...].
   Nel conflitto che si stava per iniziare non era il papa, erano
i re che violavano la tradizione. Le posizioni erano esattamente
rovesciate rispetto a quelle che si erano avute durante la guerra
delle investiture. Allora Enrico quarto, di fronte a Gregorio
settimo, aveva agito da conservatore difendendo i suoi diritti
acquisiti contro delle pretese rivoluzionarie. Ora i diritti
acquisiti erano quelli di Bonifacio ottavo e le pretese
rivoluzionarie partivano da Filippo e da Edoardo. Soltanto che,
tra Enrico quarto e Gregorio settimo, la questione si basava sul
terreno religioso e l'opinione pubblica si era pronunciata appunto
per ci a favore del papa. Tra Bonifacio ed i due re si basava
invece sul terreno politico: essa metteva in questione la
sovranit monarchica, l'esistenza stessa dello Stato, gli
interessi pi evidenti delle nazioni, e questa volta il sentimento
generale, invece di sostenere Roma, doveva volgerlesi contro.
   Il papa non si era evidentemente attesa l'opposizione che si
doveva sollevare contro di lui. Tutta la sua condotta dimostra che
non ha compreso che ci fosse qualche cosa di mutato in Europa dopo
Innocenzo quarto e Federico secondo, e che la Francia e
l'Inghilterra del 1296 non erano pi quelle di un secolo prima.
Egli non ha visto che i diritti della corona si appoggiavano sul
consenso dei popoli, e che la solidariet nazionale era divenuta
abbastanza potente, non soltanto fra i laici, ma in seno allo
stesso clero, per respingere ogni tentativo di intervento negli
affari dei re, che paralizzasse il suo governo e compromettesse le
sue finanze e la sua forza militare in nome dei privilegi della
Chiesa. [...].
   Nel momento in cui la situazione diveniva sempre pi tesa, si
apr il grande giubileo dell'anno 1300. Era la prima solennit di
questo genere che l'Europa vedeva, ed essa fu per il papa un
trionfo incomparabile. Da tutti gli angoli del mondo cristiano i
fedeli affluirono a Roma a centinaia di migliaia (si dice
200.000), per ottenere le indulgenze che si potevano ottenere
visitando la tomba degli apostoli. Gli omaggi di venerazione e di
amore che queste masse entusiaste prodigarono a Bonifacio ottavo
lo esaltarono e lo inorgoglirono. Dimentic le disavventure degli
ultimi anni; avendo visto tanti pellegrini prosternati ai suoi
piedi, egli credette che i re ed i popoli fossero pronti ad
inchinarsi anche davanti ai suoi ordini. Ma pot ben presto
accorgersi che la sincerit del loro fervore religioso e la loro
devozione alla Chiesa non andava fino al sacrificio della loro
indipendenza e della loro dignit.
   Edoardo primo aveva tratto profitto dalla pace con Filippo il
Bello per volgersi contro gli Scozzesi. All'appello di questi
ultimi Bonifacio ottavo era intervenuto, l'aveva accusato di
violenza e di ingiustizia, aveva rivendicato il diritto di
pronunciarsi tra le due parti. Egli non si rivolgeva che al re; il
re risolvette di appellarsi alla nazione e, nel gennaio 1301, il
Parlamento fu chiamato a pronunciarsi sulle pretese del papa. Cos
quella famosa questione della sovranit temporale e dei suoi
limiti, di cui sino ad allora non si erano occupati che eremiti,
teologi e giuristi, stava per essere esaminata dai mandatari di
tutto un popolo. La loro risposta fu un'affermazione categorica
dei diritti sovrani della corona. Prelati, baroni, cavalieri e
borghesi furono egualmente indignati dall'intervento del papa in
una guerra che era popolare e che era terminata gloriosamente con
la battaglia di Falkirk (22 luglio 1298). Mai risposero essi
sopporteremo che il nostro re si sottometta a delle esigenze cos
inaudite.
   Bonifacio non rilev queste parole. Nel momento in cui gli
giunsero, le sue relazioni con la Francia avevano raggiunto un
tale grado di gravit, che non gli permettevano di complicare le
cose con una lotta con l'Inghilterra. Alla domanda
dell'arcivescovo di Narbona, che si lamentava della confisca di
certi feudi che egli pretendeva dipendessero dalla sua Chiesa,
egli aveva inviato a Parigi, come legato, il vescovo di Pamiers,
Bernardo Saisset. Il linguaggio orgoglioso del legato aveva ferito
il re. Egli non mostr nulla di tutto ci, lo lasci andare a
render conto della sua missione a Roma; poi, appena tornato al suo
vescovato, lo fece arrestare ed accusare da Pierre Flotte, suo
cancelliere, di lesa maest, di ribellione, di eresia, di
blasfemia e di simonia. Un'assemblea di prelati e dottori lo
riconobbe colpevole e si chiese al papa di destituirlo dalle sue
funzioni episcopali.
   A questi provvedimenti il papa rispose esigendo la liberazione
immediata del Saisset, rimettendo in vigore la proibizione di
tassare i beni della Chiesa e convocando a Roma il clero di
Francia per deliberare con lui sui mezzi per punire il re. Nello
stesso tempo gli diresse personalmente la bolla  Ausculta fili ,
nella quale gli ricordava che Dio aveva posto il successore di san
Pietro al di sopra dei principi e degli Stati. E' perch, gli
diceva, tu non creda a quelli che ti vorrebbero persuadere che tu
non hai superiori. Chi pensa cos si inganna, e chi persiste in
tale errore  un infedele. Innocenzo terzo non avrebbe parlato
diversamente, e san Tommaso d'Aquino, alla met del secolo, aveva
lungamente esposto la teoria a cui si ispiravano queste parole.
Esse suscitarono questa volta, tra i giuristi ed i dottori, dei
contraddittori appassionati. Pietro Dubois, Giovanni di Parigi,
l'autore del Dialogue entre un clerc et un chevalier, respinsero
con indignazione la pretesa del papa di intervenire in materia
temporale. Secondo loro la sua competenza si limitava solo alle
questioni puramente religiose. Arrivavano al punto di mettere in
discussione la legittimit della sua sovranit romana ed uno di
loro (Giovanni di Parigi) fa risalire alla donazione di Costantino
la decadenza della Chiesa! Federico secondo e Pier delle Vigne
avevano di gi detto tutto questo o quasi. Queste discussioni
d'altronde non appassionavano che gli uomini colti e la crisi non
sarebbe stata cos grave se si fosse limitata ad una battaglia di
libelli. Ma Filippo il Bello, come Edoardo primo l'anno
precedente, ed ispirandosi senza dubbio al suo esempio, risolvette
di fare della sua controversia la controversia di tutto il suo
popolo. La Francia non aveva Parlamento. Mai prima di allora i
delegati di tutta la nazione erano stati chiamati a consigliare la
corona. Fu questo grande dibattito, in cui il principio stesso
della sovranit reale era in gioco, l'occasione della prima
riunione degli Stati Generali, degno debutto di queste assemblee,
l'ultima delle quali doveva, cinque secoli pi tardi, proclamare i
diritti dell'uomo ed iniziare la Rivoluzione.
   I delegati del clero, della nobilt e della borghesia si
riunirono, a Notre-Dame di Parigi, il 10 aprile 1302. L'opinione
pubblica era stata accuratamente eccitata con manovre nelle quali
era apertamente manifesto lo spirito di un governo per il quale
tutti i mezzi sono buoni per giungere al fine. False bolle
oltraggiose per il re, una falsa risposta oltraggiosa per il papa
erano state ampiamente diffuse: provvedimenti ancora grossolani,
ma caratteristici per un'epoca in cui la politica cominciava a
sentire il bisogno di fondarsi sul sentimento popolare. Pierre
Flotte espose la controversia davanti agli Stati. Tutti, il clero
come i laici, si dichiararono con entusiasmo per il re. Il clero
fece giungere al papa la sua risposta in lingua latina, gli altri
due ordini dettero la loro ai cardinali in lingua francese.
   Da allora la causa del papa fu perduta. Gli Stati Generali, con
pi risonanza di quanto non l'avesse fatto l'anno prima il
Parlamento inglese, decisero in favore della corona, cio in
favore dello Stato, la questione della sovranit. Era bastato che
un'assemblea nazionale si pronunciasse, perch fosse raggiunto il
risultato che gli imperatori si erano affannati a perseguire
durante due secoli di lotte, che avevano insanguinato la Germania
e l'Italia.
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